“L’ASSURDO COMICO” è uno spettacolo comico-
Questi comportamenti oltre ad essere visti sotto l’aspetto tragico che ne comporta e che tutti i giorni ci sono presentati dai media, conservano, nella loro tragicità, uno strano meccanismo dall’effetto comico che solo nella forma teatrale poteva essere raccontato e diventare una categoria interpretativa di un modo di vivere contemporaneo. La pièce teatrale si compone di quattro quadri.
“CENTOCINQUANTA” La scena si svolge nella casa di Tito e sua moglie Cecilia, una coppia benestante ma con un rapporto alquanto conflittuale. Sul punto di uscire per recarsi ad una festa in casa di una nobile famiglia del vicinato, la moglie sente il marito canticchiare “cinquecento, la gallina canta…” e ciò è sufficiente a scatenare l’ennesimo litigio: lei sostiene che si debba dire centosessanta, non foss’altro che per mantenere la rima. Ma il marito, infischiandosene della rima (“Grazie al cielo, non sono un poeta. E se anche lo fossi farei versi sciolti per non darti soddisfazione“), non intende cedere minimamente. Sentito invano un terzo parere (il maggiordomo, che propende per centosettanta), la faccenda finisce addirittura nelle mani dei rispettivi avvocati, ma anche fra di loro ogni tentativo di mediazione risulta impossibile. Nella discussione, sempre più accesa e caotica, vengono coinvolti anche la cameriera (centoquaranta), il cuoco francese (cent quatre-vingt-dix, centonovanta) e perfino gli stessi vicini di casa, il conte e la contessa: lui propende per centottanta, mentre lei, anche per via di un curioso accento che le fa pronunciare la e al posto della a, sostiene convinta che “è tanto chiero, centotrenta“, sempre per questioni di rima. Per dirimere la contesa sarà necessario l’intervento dell’ospite d’onore della festa, il celeberrimo tenore Palewski (“Né più né meno che il più grande tenore vivente… Conosce e canta tutte le opere, tutte le romanze e tutte le canzoni“) il quale, non senza aver tenuto a lungo tutti i presenti sulle spine, finalmente risolverà il dilemma cantando a squarciagola quello che il pubblico attendeva da tempo (centocinquanta, la gallina canta…), salutato da un applauso liberatorio da parte di tutti i contendenti.
“VISITA DI CONDOGLIANZE” La scena rappresenta un salotto durante una visita di condoglianze con al centro un divano sul quale è seduta la signora Teresa, padrona di casa e vedova da qualche giorno di Piero; alla sua destre siede la signora Ridabella sua amica in visita. I loro visi sono di pura circostanza tristi e mesti e sinceramente addolorati. Teresa, naturalmente veste a lutto e gli occhi sono gonfi e rossi dal pianto e ad ogni nuovo arrivo si effonderà in nuove e silenziose lacrime. La cameriera accompagna al cospetto della vedova i nuovi giunti fra cui i coniugi Pelaez. Alla loro vista, Teresa comincia a piangere; s’alza e va loro incontro abbracciandosi lungamente con la signora Pelaez, mentre con il marito una cordiale stretta di mano. Dall’aspetto monotono e piatto questo quadro è forse il più dinamico nella sua staticità. Irriverente ma calibrato nei modi saprà far ridere e pensare allo stesso tempo di come i malintesi possano distrarre il dolore di una persona sviando l’attenzione su altri più futili e vane ragioni di vita.
“FESTIVAL DELLA CANZONE NAPOLETANA”.
“LA MUSICA DEI CIECHI” In lontananza si ode una musica leggiadra suonata da una flebile orchestrina, il valzer lento dell’operetta «Il conte di Lussemburgo» di Franz Lehar. Poco dopo da un angolo del borgo Marinari, nel rione di Santa Lucia, inondato dalla luce calda di quel tramonto estivo napoletano, mentre i suonatori, ciechi, raccolti nell’esecuzione del brano, che eseguono con molta accuratezza ed affiatamento interpretativo, sono in fila, l’uno accanto all’altro, a ridosso del parapetto, che s’affaccia sul mare del Castel dell’Ovo. Al secolo si fanno chiamare: Ferdinando, il contrabbassista; Don Antonio, il mandolinista; Don Lorenzo, il clarinista; Don Vincenzino, il violinista e Gennarino, il chitarrista. Ferdinando, ognuno in piedi accanto al proprio strumento suonano con grande trasporto. La compunta figura di Ferdinando, distinta, signorile, lascia trapelare ancor più la sua grande miseria dignitosa; veste una specie di «tight» liso e consunto e sul capo porta un’autentica «lobbia» nera. Don Antonio è un omone pletorico, vestito miseramente e con disordine; Don Lorenzo è un vecchietto segaligno e porta un paio d’occhiali neri, mentre Don Vincenzino è un rigido spilungone in paglietta e con cravatta nera «La Vallière» e Gennarino è un povero giovane emaciato, infantile, dalla figura sbilenca. Tranne Ferdinando e Don Vincenzino, i suonatori son seduti su piccoli sediolini pieghevoli. Don Alfonso, il panciuto e volgare accompagnatore del concertino, cieco anche lui di un occhio, va questuando l’obolo ai radi passanti, facendo tintinnare a guisa di richiamo i pochi soldini nel suo piattello di latta.